… Paolin ha letto questo.
da il mio nome è legione
“Possiamo sederci?” una ragazza piuttosto giovane strappa Demetrio dalla sua lettura.
“Certo, certo, tolgo solo le mie robe” risponde lui, riponendo la borsa e la giacca con ordine sulla rastrelliera sopra. La ragazza, vestita con un grosso maglione colorato e slabbrato al fondo, una gonna a fiori e gli anfibi, era accompagnata da due ragazzi down: un maschio e una femmina, loro sì vestiti in modo impeccabile. Avranno avuto ventiquattro venti cinque anni.
Erano suoi coetanei, generati dallo stesso suo seme. Come avrebbero detto i sociologi e demografi, facevano parte della stessa coorte e del medesimo orizzonte sociali. Le sue aspettative e quelle di questi due erano, quindi, accomunabili.
Li guardava già vecchi, mutilati da una vecchiezza precoce e senza scampo, eppure la ragazza giovane non dava nessun peso al fatto di andare in giro con questi due mostri, ma leggeva il libro, ignorando il loro rumoreggiare. Il ragazzo era seduto nel sedile di mezzo, mentre l’altra stava al finestrino, inebetita dal paesaggio guardava quel susseguirsi di pianura, di verde, di foschia, di alberi e case, che non aveva nessuna ragione apparente se non lo sparire in una frazione di secondo. La sua faccia buffa si faceva seria, mentre vedeva lo srotolarsi della pianura, aspettando una rivelazione. Cretina fino all’ultimo nell’illudersi che questo viaggio l’avrebbe ripagata di ciò che era.
Erano entrambi agitati, un continuo sbuffare e a soffiare, tanto che la ragazza del libro si sentì in obbligo di rivolgersi a Demetrio dicendo: “Mi spiace, ma sono ansiosi di andare a vedere uno spettacolo teatrale. Sono felici”.
Il ragazzo era attraversato da scosse elettriche. Il suo corpo aveva dei movimenti semirigidi da marionetta, un’anguilla sul bancone della pescheria. Sudava, sulla sua poltrona sembrava ci fossero spini e aghi, che lo pungevano. Lo psicofarmaco aveva finito il suo effetto.
Il ragazzo va a vedere il suo spettacolo preferito, è normale che sia teso. Potrebbe aver patito una vita d’abusi. Persone normalissime, padri di famiglia amorosi, prendono a bastonate il cane, incrudeliscono sui gatti; bambini innocenti appendono le lucertole per la coda per poi accendere il fuoco, perché negare la possibilità che qualcuno avesse fatto del male al giovane down.
La soglia di sensibilità verso ciò che non riconosciamo umano si abbassa e ci riconosce una sorta di diritto a compiere atti tremendi. Quando andava in comunità a fare volontariato, Demetrio aveva incontrato un ragazzino, costantemente seviziato con sigarette dal patrigno. Il bimbo aveva 10 anni e diceva: “È normale, non è mio padre. Per lui non c’è differenza tra me e il cagnolino di mamma”.
Tutti lo guardavano fisso negli occhi liquidi, colmi di tranquillanti, e provavano pietà, un sentimento accomodante per la coscienza d’ognuno. Nessuno osava dir niente, solo Tomacek reagiva con forza: “È handicappato, è un cretino”.
“Tomacek – faceva Demetrio -, perché dici queste cattiverie? A lui sono successe cose orribili, tanto”.
Ma Tomacek era irremovibile: “Mica solo a lui fanno cose terribili, non c’è solo lui con cose terribili”. E se ne andava via come un gatto, il pelo ritto, a rintanarsi in un angolo. Demetrio andava a prenderlo e gli accarezzava i capelli rossi, appoggiava le sue labbra sul capo e diceva: “Ora andiamo dai, giochiamo anche con lui”.
Tomacek per un attimo stava fermo e stupefatto da questi atti d’amore, amore lui stesso, e poi ripartiva quasi che nulla fosse accaduto. Demetrio allora vedeva Tomacek per ciò che era: un dio selvaggio e felice.
Io sono qui.
Io.
Sono.
Qui.
IO. SONO. QUI.
Il ragazzo aveva incominciato prima a mormorare le parole, poi ad urlarle con forza, alzandosi e sedendosi sul sedile, gesticolando con le braccia in alto, colpendosi la testa con pugni sempre più vigorosi. E mentre guardava con rabbia davanti a sé e non c’era niente.
Io sono qui.
Io.
Sono.
Qui.
IO. SONO. QUI.
Il ragazzo saltellava sul posto, come facesse un esercizio di riscaldamento, scuoteva la testa e fanfarava delle parole che non si capivano. Ora le braccia gli stavano a ciondoloni lungo i fianchi, mentre i piedi erano posseduti da una frenesia strana: sembrava ballasse. La ragazza non aveva alzato gli occhi dal libro e l’altra non aveva scollato lo sguardo dal finestrino, dove incominciava riconoscersi quella che è la periferia della periferia di Torino. Il verde opaco dei campi lasciava spazio al primo grigio: è Trofarello, posto strano e inutile, per niente esotico.
Il ragazzo ora dondolava, faceva come per cadere e poi si rimetteva diritto. Prima indietro e poi in avanti. Un pendolo, che oscillava con i piedi puntati sulla fòrmica del pavimento dello scomparto ferroviario.
Alla fine il ragazzo si decide e si lancia sulla ragazza che guarda fuori. Con una rabbia e una strana dolcezza le prende il muso e glielo gira così da guardarla negli occhi.
“Io. Sono. Qui.”
“Amore ma lo so”
“E perché guardi fuori?”
“Mi piace il paesaggio…”
“Ma tu devi parlare con me. Io sono il tuo amore, cosa guardi fuori?”
“Ma ci sono i prati fuori, è bello fuori, c’è il cielo fuori….”
“Io. Sono. Qui.”
“Sì…”
“Fuori io non ci sono, io sono qui e tu devi guardare me…”
Dialogavano con quella voce fastidiosa, con le parole che si impigliavano nella lingua troppo spessa e con la saliva che usciva a piccoli spruzzi. Lei faceva come per girarsi verso il finestrino, ma lui le teneva strette le guance. Demetrio voleva dirle: non ti predi più niente, guarda che adesso siamo già ai palazzoni di Moncalieri. Sono orrendi e grigi, hanno delle piccole linee rosse – gli esterni degli infissi – ma oramai il bello l’hai perduto, guarda il tuo amore piuttosto…
“Ma io non ho mai visto queste cose” diceva lei.
“Ma tu mi ami?”
“Sì…”
“Allora ci sono solo io come per me ci sei solo tu”
“È così amore, tu sei il solo e l’unico…”
“Amore, tu sei la sola e la unica…”.
A questo punto lui si avvicina a lei. Si baciano. Le loro lingue si toccano. I cani fanno così nel parco, alla luce del sole si leccano i musi. Le lingue si toccano e stanno lì indugiano. Le mani di lui vanno a cercare la maglietta di lei, che con le sue braccia lo cinge e lo attira a sé.
La ragazza, l’altra, ha smesso finalmente di leggere e dirà loro qualcosa. Demetrio percepisce uno schifo, una forma di bruttezza inspiegabile. La ragazza li guarda intenerita e non dice niente. Anzi scruta Demetrio a suggerirgli: ha visto? sono down, ma sanno amare, sono esseri anche loro. E lo sguardo della ragazza è quello di Giulia.
“Che ne dici mangiamo qualcosa?” aveva detto Demetrio a Giulia, che stava prendendo le sue cose dal desk e le stava mettendo in borsa, mentre il pc si chiudeva.
“Ti va qualcosa in particolare?” aveva fatto lei, aveva la faccia stanca e le occhiaie. Passavano troppo tempo a scrivere, lei soprattutto e questo la sciupava, la sfioriva.
“No, devo fare arrivare le 23 che ho il treno”.
“Quando ti deciderai a venire a vivere a Torino?”
“Quando i soldi saranno sufficienti, quando verrò pagato con una certa regolarità, quando non so…”
“Non so cosa?”
“Quando c’avrò il coraggio”. Lei gli aveva sorriso, e lui aveva semplicemente chiuso la borsa con dentro le sue cose.
Torino di notte è una promessa mantenuta. Il buio fresca le strade, sparisce il calore e lo smog, e le luci si perdono nella lontananza dei viali. Anche qui, nella periferia, tra via Cigna e via Cecchi, Torino non perde la sua tenerezza. Erano fuori ad aspettare il bus che passò subito.
“Allora cosa mi offri per cena?” chiese Giulia, mettendogli una mano sul braccio e stringendolo.
“C’è in stazione quella pizzeria, ti va?”
“Vada per la pizzeria”
Lui rimaneva in silenzio e la guardava, la deludeva ad ogni parola, ma lei stava e rimaneva. Tutto era incominciato con il viaggio a Salisburgo, dove per lui tutto era finito. Tu, voleva dire Demetrio a Giulia, stai iniziando a sentire e io invece mi chiudo, e il mio serrarmi sarà sempre più dentro.
Si riebbe e lei gli era davanti con gli occhi piantati.
“Siamo arrivati”
Porta Nuova era una ferma immobile basilica immane. Giulia lo prese per mano, stupita che lui la lasciasse fare. Demetrio le sorrise e lei abbassò lo sguardo. Finalmente seduti al tavolo parlavano di quelle cose che si dicono quando scende la sera e si è stanchi. Parlavano dell’università, che entrambi avevano lasciato per fare quel lavoro che li portava a mangiare alle 10 di sera seduti ad un tavolino di plastica.
Giulia aveva fatto veterinaria e raccontava a Demetrio le sue avventure, Demetrio le trovava anestetizzanti: il dolore animale raccontato così scientificamente lo salvava dal suo.
C’era un’oscurità tutto intorno e poi di colpo gli animali comparivano feriti, malati come uomini, macilenti uguali, stanchi e impauriti.
“Ripetimi un po’ come facevate a sterilizzare gli animali…”
“Incidi la parte finale dell’addome – dice lei bevendo una piccola birra chiara -, poi divarichi appena la carne. Quindi usi una specie di ferro, come quello per fare le maglie di lana, solo che la punta finale è a forma uncino. Quindi tiri su l’ovaia, leghi l’ovidutto e l’altra membrana e poi tagli.”
“Basta questo? – dice Demetrio a Giulia – Basta questo per sterilizzare una cagna o una gatta?”
“Sì. Per i maschi, invece, s’incide il sacco scrotale e si tagliano i testicoli…”
“E per gli uomini è la stessa cosa?”
“Beh, sì, ma esistono metodi meno violenti: tipo la castrazione chimica… per le donne, invece, si fa allo stesso modo degli animali, più o meno”
Mentre guardava i due baciarsi, Demetrio aveva rivisto la scena della sterilizzazione, raccontata da Giulia. Lei si inteneriva quando vedeva gli handicappati, mostrando una compiacenza nei confronti del diverso: la tipica pietà che si ha per gli animali.
L’altra sera, mentre tranci di pizza s’addormentavano nei piatti di cartone, Demetrio aveva detto di colpo: “Quello che si fa agli animali, non è molto diverso da quello che i nazisti facevano sugli handicappati? Vero?”.
Aveva detto quelle parole e poi s’era come fermato a vedere che effetto facevano. Aveva guardato il bancone del bar, ma la gente aveva continuato a prendere il suo caffè, le persone sedute nei tavoli affianco non avevano dato cenno. Le sue parole erano un urlo in un acquario e il verde della luce del neon rafforzava la sua sensazione.
“Demetrio cosa dici: sono cose diverse – aveva ripreso Giulia -c’è una grande differenza tra un animale e una persona che ha delle deficienze motorie o psichiche… E lo sai anche tu. Un down non è un animale”.
” Sono considerati bestie, ed è la pietà, come quella che provi tu, li colloca nello stadio del sub-umano”
“Fammi un esempio – diceva lei – dai, di questa condizione subumana?”
“Beh ritorniamo al tuo discorso: cosa facciamo non appena decidiamo di tenere un animale in casa?”
“Cosa?”, riprese lei guardando quella strana furia che di colpo s’impadroniva di lui.
“Lo si castra – diceva Demetrio. – E noi si fa lo stesso con i down. Sono come noi, certissimo, ma non possono avere figli. Se si amano, devono essere sterili; se si desiderano è meglio che non si accoppino. Cosa distingue noi dagli animali, se non la scelta d’amare? La scelta di scopare questo o quest’altro, la scelta volontaria di rimanere incinta, di abortire o metterlo alla ruota? Noi possiamo fare questo perché siamo uomini. Hai capito? U O M I N I. A loro, per i quali ci commuoviamo, questa scelta è vietata, perché?”
“Ma come perché?”
“Perché non sono uomini. Perché sono down, andicappati”
“Ma….”
“E invece non è così. Sono segno visibile del nostro essere nati male. Sono la prova che tutto può andare storto, che anche il concepimento, la grazia del venire al mondo, è intrisa di maleficio. E allora corriamo ai ripari e diciamo, ovviamente in modo implicito, questi non sono come noi. Questi non sono noi. Noi scopiamo, abbiamo figli sani. Loro no”.
Demetrio mentre diceva questo le aveva preso le mani, e le aveva strette forte quasi stritolasse due bicchieri di plastica. Giulia sentì il rumore della plastica che si spezza. Demetrio le voleva far semplicemente male, voleva provocarle un dolore fisico che compensasse quello dell’anima. E avrebbe continuato a stringere fino a che le mani non sarebbero diventate bianche per il mancato afflusso di sangue, avrebbe stretto fino a quando a farle esclamare un ahi o quando il suo volto fosse diventato sofferente. A quel punto lui avrebbe sorriso nel suo modo, pieno di dolcezza dolorosa, e avrebbe lasciato la presa. E lei sarebbe stata triste in modo che non sapeva spiegare.
Invece l’altoparlante aveva annunciato il treno, Demetrio aveva lasciato la presa, aveva pagato in fretta. Insieme erano corsi verso il binario e lui salendo le aveva lasciato un semplice: “Ciao, ci vediamo nei prossimi giorni… Ciao”.
Il treno entrava in stazione e i due down e la ragazza uscivano dallo scompartimento facendogli un cenno di saluto, a cui Demetrio rispose medesimo, poi sotto voce aggiunse: “Abbiamo sempre bisogno di una lucertola da appendere per la coda come dell’ossigeno”.